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TARTARO VITO

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VECCHIA MASSARIA

 

Vito Tartaro di Ramacca, poeta, narratore, studioso severo di dialetto.

Impiegato comunale, si avvicinò alla scrittura in tarda età, pubblicando, dal 1980 ad oggi, un saggio storico-archeologico sulla montagna del suo paese, cinque libri di poesia (più una silloge antologica inserita in un collettivo di poeti), un romanzo, una raccolta di racconti, un volume di racconti alternati a poesie, altro saggio sulla storia della Sicilia e, infine, di prossima uscita, un libro di prose postumo. Tutta la sua produzione è in dialetto, ad esclusione della sua opera saggistica d’esordio.

La scrittura di Tartaro gira essenzialmente attorno a determinati nuclei-registri: l’essere ateo, condizione che si sviluppa approdando ad una “religiosità” della Natura e dell’Uomo; il canto accorato per gli umili e gli oppressi; gli affetti familiari come unico elemento salvifico; lo scavo nella parola dialettale pura, originaria, su una scrittura tesa, non scevra da neologismi e ricerca stilistica continue; il rimpianto per una sicilianità (e per la Parola siciliana) irrimediabilmente perduta . I toni sono quelli polemici dell’impegno politico-sociale, satirici, elegiaci, modulazioni liriche, senza mai scadere nei cascami tipici di tanta letteratura folclor-popolare.

Sulla sua opera hanno scritto in molti, da Vincenzo Di Maria a Manlio Cortellazzo, da Silvana La Spina a Giuseppe Cavarra, da Salvatore Di Marco ad Adalgisa Biondi e tanti altri. Svariati i premi letterari ottenuti, fra cui il Città di Marineo, il Vann’Antò-Saitta per l’inedito e il Musco.

Con lui se ne va un pezzo della Sicilia letteraria dialettale di prestigio.

Giuseppe Samperi